venerdì 25 maggio 2018

Ermanno Olmi Day: Cantando dietro i paraventi (2003)

Siccome il 7 maggio è venuto a mancare un regista e sceneggiatore assai famoso e amato come Ermanno Olmi, la combriccola di blogger capitanata stavolta da Kris di Solaris ha deciso di rendergli omaggio. Io, dall'alto di un'ignoranza Crassa e dal desiderio di NON riguardare mai più nella vita L'albero degli zoccoli, ho scelto di parlare di Cantando dietro i paraventi, scritto e diretto da Ermanno Olmi nel 2003.


Trama: un ragazzo occidentale entra per sbaglio in un bordello cinese che funge anche da teatro e lì assiste alla rappresentazione delle avventure di un'affascinante piratessa vedova.



Di Ermanno Olmi, è inutile nasconderlo, non so praticamente nulla. Traumatizzata dalla visione adolescenziale de L'albero degli zoccoli, ho scelto consapevolmente di evitare i film dell'Autore finché non è arrivato l'amico Toto che con un On Demand mi aveva chiesto di guardare Il segreto del bosco vecchio, uno dei film a cui è più affezionato. La pellicola in questione non mi era dispiaciuta, l'avevo trovata molto poetica benché fiaccata da attori non in formissima e una messa in scena quasi televisiva, tuttavia non mi aveva fatta urlare al miracolo; lo stesso vale per Cantando dietro i paraventi, pur avendolo preferito al film col compianto Paolo Villaggio. In questo caso, infatti, le scelte di scenografia e regia le ho trovate molto curate e raffinate, o forse basta che qualcuno mi regali atmosfere orientaleggianti e io sono felice. Scherzi a parte, il fascino di Cantando dietro i paraventi sta nel suo essere leggenda orale che si fa dapprima teatro e poi cinema. La storia della Vedova Ching (personaggio realmente esistito, pare), affascinante piratessa, nasce come racconto che viene tramandato sul palcoscenico legnoso e vetusto di un bordello cinese, dove un ragazzo occidentale arriva per sbaglio e dove, tra uno spettacolo erotico e l'altro, c'è spazio per un vecchio attore che legge dalle pagine di un libro, coreografie con la spada, processi comici e battaglie navali ricostruite attraverso trucchi artigianali; ai nostri occhi viene consentito di sbirciare nell'immaginazione di un ragazzo catturato dalla magia di quel luogo sconosciuto, e ciò che lui visualizza nella mente diventa il film vero e proprio, una storia dolce e malinconica dove l'avventura è subordinata alle leggi di uomini avidi e corrotti, dove la magia risiede nella luce pallida della luna piuttosto che nella magnificenza di un astro divino incarnato dall'imperatore. A onor del vero, di scorribande non ne vediamo molte, salvo quella iniziale. Piuttosto, Olmi preferisce mostrare il "teatro" della politica, dei burattinai che nei loro luoghi di potere costringono il popolo a subire le angherie dei pirati e questi ultimi a vivere come criminali in un gioco senza fine, oppure si concentra sulla malinconica esistenza della vedova Ching, costretta dalla sete di vendetta ad una vita da reietta e a bramare l'amore e la famiglia, mentre i suoi sottoposti cercano di trarre il meglio dalla loro misera esistenza, ovviamente con le loro sole forze perché "se Dio ascoltasse le preghiere dei cani farebbe piovere ossa".


Cantando dietro i paraventi è quindi una storia di testardaggine e perdono, con un cuore profondamente pacifista (si veda la splendida sequenza nel pre-finale, quella degli aquiloni), arricchita da una cornice esotica che la rende più particolare e, forse, maggiormente appetibile per il pubblico. D'altronde, l'inizio del millennio era un periodo in cui il fascino dell'Oriente si era prepotentemente imposto sulla scena cinematografica internazionale, quindi probabilmente era il momento migliore per proporre nelle sale italiane un film simile, quasi interamente popolato da attori asiatici e accompagnato da melodie tradizionali cinesi. A spingere il pubblico nelle sale ci avrà pensato quasi sicuramente anche Bud Spencer, impegnato in uno dei ruoli più particolari della sua carriera e, se non rammento male, anche uno dei pochi in cui recita non doppiato (qui sfoggia inoltre un inedito accento spagnolo, forse perché anche Jorge Louis Borges ha scritto un racconto basato sulla storia vera della piratessa Ching); il suo ruolo è quello del Vecchio Capitano di origini spagnole, un po' narratore per il pubblico e un po' "guida" della Vedova Ching grazie alla sua esperienza di vecchio lupo di mare, un ruolo da mentore che calza alla perfezione al sembiante barbuto di un gigante buono ormai anziano come l'adorabile Bud Spencer. La presenza del vecchio Bud è stata anche per me uno dei punti di forza di Cantando dietro i paraventi, un film che ne ha parecchi benché magari non sia una di quelle pellicole capaci di catturare immediatamente il pubblico. La narrazione lenta, l'abbondanza di momenti riflessivi, il continuo passare dall'ambientazione teatrale a quella "reale" (talvolta senza molta soluzione di continuità), la protagonista che non rispecchia il canone di piratessa badass a cui potrebbe essere abituato il pubblico odierno, tutti questi elementi rischiano di scoraggiare eventuali spettatori ma la realtà è che Cantando dietro i paraventi è un fulgido esempio di come il cinema italiano non sia fatto solo di commedie pecorecce o mattoni insostenibili, ma anche di fantasia, poesia e sperimentazione capaci di superare inevitabili limiti di budget.

Come scritto nel post, Ermanno Olmi ha già fatto capolino sul Bollalmanacco con Il segreto del bosco vecchio...


Mentre a queste coordinate potete leggere come i miei colleghi hanno deciso di celebrare il famoso regista!

SOLARIS: CENTOCHIODI 
IN CENTRAL PERK: IL POSTO 
NON C'E' PARAGONE: IL SEGRETO DEL BOSCO VECCHIO 


giovedì 24 maggio 2018

(Gio) WE, Bolla! del 24/5/2018

Oggi la rubrica arriva in ritardo per motivi "medici" (ancora? Sì, che due marroni, sì...) ma tanto chissene: a Savona sono arrivati giusto due film e indovinate uno qual è? RAAWR! Esatto!

Solo: A Star Wars Story
Reazione a caldo: Rrrrrawwwwr!
Bolla, rifletti!: Tradotto: io e il Bolluomo andiamo solo per vedere Chewbacca? Sì. Anche perché a me 'sto Solo giovane mi pare un mezzo minchietta.

Al cinema d'élite si uniscono la Francia e la musica...

La mélodie
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Storia di un violinista che insegna musica agli immigrati e trova un inaspettato pupillo. Lo lascio agli appassionati e al limite mi riguardo Whiplash, sicuramente più di mio gusto.

Il Bollodromo #51: Lupin III - Parte 5 - Episodio 8


Non lo avrei mai creduto ma, grazie anche a Lupin, questa rubrica dal nome scemo ha superato la boa dei cinquanta e ne sono molto orgoglioNa! Ma bando alle ciance e parliamo dell'ottavo episodio di Lupin III - Parte 8, ovvero 黒い手帳は誰の手に (Kuroi techou ha dare no te ni - Chi ha il Taccuino Nero?). ENJOY!

Il momento in cui ho urlato "Kyaaaah!! *__*" da brava fangirl
Mentre Jigen e Lupin inveiscono contro AlbeLt davanti alla tomba del falsario Gaston, alle loro spalle arriva un altro vecchietto che si rivela essere nientemeno che Camille Bardot (si può scegliere un nome più pirla?), un tempo famoso investigatore dotato di una memoria fotografica prodigiosa. Proprio questa peculiarità ha consentito al buon Camille, depositario del Carnet Noir originale, di farne creare una copia a Gaston ma la cosa si è ritorta contro a entrambi, in quanto il capo del DGSE (che, ricordiamo, è il servizio segreto francese) ha cominciato a perseguitarli, costringendoli a nascondere il libercolo in modo che non venisse mai trovato. AlbeLt, fingendosi Gaston, ha però spinto Lupin a recuperare l'oggetto con l'inganno e il risultato è che Jigen, Lupin e il vecchio Camille sono costretti a fuggire dai sicari del DGSE, che nel frattempo è ricorso a missili e ambigui mercenari mascherati di nome José. In tutto questo, Goemon non risponde al cellulare in quanto incapace ad usare il touchscreen e il povero Camille schiatta, fondamentalmente per colpa del samurai non accorso in aiuto dei tre.


"Tristi come chi deve", per citare il Sommo Bardo, e decisi a fare il c*lo ad AlbeLt, Jigen e Lupin rientrano a Parigi ingannando gli sbirri con dei travestimenti "elaboratissimi" (due cappellini, una barba finta e un filo d'erba in bocca) e lì parte un momento gaYo particolarmente epico, che avrebbe fatto la felicità della defunta pagina Rainbow Jacket. C'è qualcosa nel passato comune di Lupin e AlbeLt che fa infuriare il ladro gentiluomo al punto che, come notato da Jigen, il nostro è tornato a comportarsi da testa di cocco come quando era giovane; Lupin, lungi dal dare spiegazioni al migliore amico, lo molla nel solito rifugio/lupanare e va ad affrontare AlbeLt da solo, travestendosi prima da poliziotta concupiscente e poi da fidanzato ufficiale del bel funzionario. Nel mentre, un Jigen particolarmente scazzato all'idea che Lupin possa ritrovarsi SOLO con AlbeLt e le sue tendenze baulicce, dopo essersi rivoltato sul divano per un paio di minuti, decide di mandare un SMS a Goemon, costretto a ricorrere all'aiuto di tre pargoli franzosi per leggerlo. Gente, se non è gelosia questa io non so davvero cosa sia (no, scherzo, non oserei MAI insinuare nulla sul mio adorato pistolero, che si comporta come farebbe qualsiasi fratello maggiore davanti al primo appuntamento della sorellina)!

Travestimenti imbarazzanti e dove trovarli
Considerazioni arcobaleno a parte, in soldoni Lupin manomette sia la pistola che l'automobile di AlbeLt e gli da un "romantico" (citazione, giuro, non l'ho detto io!) appuntamento sul lungosenna parigino, pronto a sventolargli sotto il naso il Carnet Noir per poi fargli la solita supercazzola. In verità, stavolta a rimanere incaprettato è Lupin, perché non solo la pistola di AlbeLt funziona benissimo e gli apre un bel buco nello stomaco ma, soprattutto, il funzionario si era accorto anche dell'esplosivo nascosto sotto l'automobile e le uniche vittime dell'ultima risorsa di Lupin diventano quindi i pesci della Senna. AlbeLt se ne va tronfio col Carnet Noir tra le mani, lasciando Lupin in un laCo di sanCue e gli spettatori con un palmo di naso, ché di regola doveva ancora nascere qualcuno capace di fare fesso il ladro gentiluomo, #EInvece. Nell'attesa di vedere il prossimo episodio, all'interno del quale ci sarà l'agognato flashback che racconta cosa sia successo tra Lupin e AlbeLt in passato (oltre che il cazziatone sicuro di Jigen), dico solo che questo Lupin cupo, incazzoso e apparentemente "invecchiato" al punto da farsi fregare dal primo frescone di passaggio mi piace un sacco... e finalmente niente damsel in distress all'orizzonte!! Speriamo davvero si continui così, alla prossima settimana!


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 5:

Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3
Episodio 4
Episodio 5

mercoledì 23 maggio 2018

Dogman (2018)

Già mi aveva attirata dal trailer, in più si è aggiunta la Palma come miglior attore a Marcello Fonte, quindi lunedì sono andata sola soletta al cinema a vedere Dogman, diretto e co-sceneggiato dal regista Matteo Garrone.


Trama: Marcello, uomo piccolino e mite, gestisce un salone di bellezza per cani ed è benvoluto da tutto il vicinato. Per sbarcare il lunario, l'uomo talvolta spaccia eroina e il suo maggiore cliente è il violento ed instabile ex pugile Simone, delinquente che vive della paura che instilla agli altri, pronto a distruggere la vita di Marcello per un capriccio...



La storia del "delitto del Canaro" è una delle pagine di cronaca nera più truculente d'Italia. Basta leggerne i dettagli su Wikipedia per farsi un'idea di quanto sarebbe facile ricavarne un horror splatter (a questo ci sta pensando Sergio Stivaletti, pare) invece Garrone, che pur con Il racconto dei racconti aveva dimostrato di saper ben padroneggiare sangue e orrore, ha scelto di giocare di sottrazione e soffermarsi sul lato umano della vicenda, di mostrare cosa porta un uomo buono e mite a prendersi con la forza la propria rivalsa. E in effetti Marcello, con tutte le sue imperfezioni, è davvero una brava persona, lo capiamo fin da subito: ama gli animali al punto da rischiare di finire in carcere per loro, adora la figlia, salva le chiappe all'uomo che tutti, nel quartiere, vorrebbero vedere morto. E' vero, Marcello talvolta vive di espedienti, però lo fa soltanto per riuscire a regalare una vita migliore alla figlioletta, anche perché lui stesso cerca di condurre un'esistenza semplice fatta di partitelle di calcio con gli amici, immersioni subacquee e interazione con gli amati cani, tutto racchiuso nella cornice di periferia della Magliana. Anche il suo legame con Simone, ex-pugile violento e completamente fuori di testa, probabilmente nasce dal desiderio di proteggere il proprio piccolo universo felice, in quanto Marcello, propiziandosi l'amicizia di un uomo così temuto e pericoloso, dovrebbe di regola vivere da "privilegiato" e talvolta ricevere le briciole dei bottini di costui; la verità è che Simone è una bomba ambulante, che fa solo il suo interesse e non si fa scrupoli a metterla nello stoppino agli altri, e questo Marcello lo proverà sulla sua pelle quando Simone deciderà di coinvolgerlo in una rapina troppo audace... solo per usarlo come capro espiatorio. Il cortocircuito mentale è tanto rapido quanto doloroso: in un attimo Marcello perde tutto ciò che rende sopportabile la vita di periferia, perde il rispetto, l'amicizia, la dignità davanti agli occhi della figlia, il tutto per colpa di un uomo che è meno di una bestia, peggiore del più selvaggio dei cani, qualcuno che sarebbe meglio non esistesse neppure. Più che sul desiderio di vendetta, Garrone punta maggiormente sulla follia di un uomo disposto a tutto pur di ripristinare lo status quo e recuperare la stima di vicini e amici, sul terrore soffocante di rimanere veramente soli al mondo, sulla paura che ci porta a compiere ciò di cui non credevamo fossimo capaci, anche solo per difenderci. E' la paura, infatti, a condannare Marcello, che a causa di essa prende (si può dire quasi involontariamente?) un sentiero dal quale è impossibile tornare indietro.


Quella di Dogman è una moderna storia di "vinti", di persone relegate ai margini della società e di un ambiente sociale che comunque, per quanto "selvaggio", ha delle regole da rispettare se non si vuole venire buttati fuori a calci e questo vale per criminali e non. Garrone rappresenta questo ambiente filtrandolo attraverso i toni del grigio e del marrone, colori che rendono quello della Magliana un paesaggio quasi alieno, venefico, dove persino l'acqua sembra essere inquinata; gli sparuti negozi e le attività che costellano questo angolo di mondo contribuiscono ulteriormente ad aumentare la sensazione di squallore e povertà che colpisce lo spettatore fin dall'inizio del film e l'unico luogo che pare immune da questo effetto "malato" è il fondale marino che tanto affascina Marcello e la figlioletta, emblema di libertà e unione familiare, baciato dal sole e da un azzurro naturale, non da cartolina. E se gli ampi campi lunghi che abbracciano la periferia mettono angoscia, non da meno sono i primi piani. Che siano cani o persone, la cinepresa di Garrone ne indaga le emozioni o la totale assenza di esse, affidandosi completamente alla bravura dei due interpreti principali. Ora, in tutta onestà, guardando il trailer e (non me ne voglia) vedendo le interviste di Marcello Fonte ho avuto delle titubanze, ché l'idea di andare al cinema e non capire una mazza di quello che si dicono i personaggi, interpretati peraltro da attori quasi alle prime armi, mi arride sempre pochissimo... ma la verità è che è bastato vedere Fonte in scena i primi cinque minuti per rimanerne conquistata. L'attore non ha davvero bisogno di parlare per esprimere tutto ciò che il suo personaggio si porta dentro, basterebbero le scene in cui Marcello rimane in silenzio sulla barca con la figlia, quando è costretto a inghiottire il terrore davanti al poliziotto oppure quando si ritrova schiacciato dal peso delle proprie azioni nello splendido finale per confermarne la bravura, e il mostruoso Simone di Edoardo Pesce non è da meno; pura macchina di brutale terrore, Simone mette angoscia dall'inizio alla fine, consentendo allo spettatore di immedesimarsi ancora più nel povero Marcello e di provare pena non solo per il protagonista ma anche per chi è costretto a vivere nel terrore di un essere simile, povera madre compresa. Quindi sì, Dogman è bello come hanno detto tutti i più grandi critici e sono davvero felice che Marcello Fonte abbia portato a casa la Palma d'Oro. Non fatevi schiacciare dagli stessi pregiudizi che hanno rischiato di lasciarmi a casa, per carità, e correte a vedere Dogman al cinema prima che lo tolgano!


Del regista e co-sceneggiatore Matteo Garrone ho già parlato QUI.

Marcello Fonte interpreta Marcello. Calabrese, ha partecipato a film come Io sono tempesta e ad episodi della serie La mafia uccide solo d'estate. Ha 40 anni.


Edoardo Pesce interpreta Simone. Nato a Roma, ha partecipato a serie quali Un medico in famiglia, Romanzo criminale - La serie, I Cesaroni e Il cacciatore. Ha 39 anni.




martedì 22 maggio 2018

Deadpool 2 (2018)

Siete pronti a tornare tra le braccia amorevoli del mercenario chiacchierone? Io domenica sono corsa a vedere Deadpool 2, diretto da David Leitch, e sono arrivata a capire una cosa: AMO Ryan Reynolds! NO SPOILER, tranquilli!


Trama: a causa di una serie di sfortunati, inspoilerabili eventi, Deadpool si ritrova a dover combattere contro Cable, soldato proveniente dal futuro e deciso a impedire che esso si compia.



Eh sì, mi tocca davvero fare outing, manco fossi 'Pool davanti a Colosso: mi sono innamorata di Ryan Reynolds. Lo considero sempre mostruoso con o senza trucco, nonché un pessimo attore, ma ca**o come crede lui nel personaggio cinematografico di Deadpool, come sia RIUSCITO a diventarlo dentro e fuori dal set, arrivando persino a prendersi spietatamente per il c*lo, davvero, nessuno mai. Fondamentalmente, Deadpool 2 è la riproposizione pedissequa (Weasel: "Ehm. No, davvero, io non so cosa voglia dire pedissequa") del primo film, con supereroi sboccati che fanno le peggio cose accompagnati da umorismo di grana grossissima, metacinema come se non ci fosse un domani, citazioni come se piovessero, una colonna sonora che fa ridere tanto quanto la sceneggiatura, contentini per i nerd più accaniti. Che a me, ovviamente, va benissimo: ho riso come una demente dall'inizio alla fine e sebbene dovessi dire che da Leitch come regista mi sarei aspettata di più nei corpo a corpo (eh, temo che Atomica Bionda sia stato l'apice della sua carriera...) e per quel che riguarda il tasso di gore, le sequenze catastrofiche non sono comunque mancate e i comprimari di Deadpool stavolta sfiorano il sublime... ma capisco perché in sala a ridere eravamo giusto in tre/quattro e il Bolluomo spesso si girava a guardarmi con la faccia di chi cerca aiuto e trova solo biasimo. Non avendo riguardato il primo Deadpool non saprei dire se succedesse anche lì (ormai la mia memoria fa cilecca) ma Deadpool 2 presuppone una conoscenza enciclopedica non solo dell'universo Marvel (cinematografico e cartaceo) ma anche di film e serie TV come nemmeno Ready Player One e siccome al 90% sono tutte citazioni "vocali" prima ancora che visive, inserite tra una parolaccia e l'altra di cinque/sei personaggi logorroici da morire, lo sforzo di attenzione richiesto allo spettatore è altissimo e si rischia davvero di chiedersi perché la gente stia ridendo. Detto questo, Deadpool 2 sarebbe un film da rivedere almeno altre tre/quattro volte in lingua originale (il brano di Yentl ne è un esempio lampante, visto che la strofa incriminata "Do You Wanna Build a Snowman?" in italiano è "Sei già sveglia oppure dormi?", come sa chiunque ha stravisto Frozen) e con un bel telecomando in mano, così da mettere qualche fermo immagine di tanto in tanto e cogliere gli omaggi a Stan Lee e Alpha Flight, per esempio.


Ma parliamo un po' di storia, attori e "villani", partendo da questi ultimi. Josh Brolin rimarrà nella memoria dei Marvel fan come Thanos ma il suo Cable oscuro tanto da sembrare un eroe DC, per quanto molto divertente nel suo porsi come buddy di Deadpool sul finale, non ha il carisma della sua controparte cartacea e lo stesso vale per il Fenomeno, poco più di un divertissement perfetto per sfoderare il brano più esilarante della colonna sonora (potete ascoltarlo senza disturbi alla fine dei titoli di coda oppure QUI); il "vero" cattivo della pellicola è invece una sorpresa adattissima alle atmosfere irriverenti del film ma non riesco a capire se Reynolds e soci abbiano volutamente scelto di scrivere una sceneggiatura così "sentimentale" e retorica onde prendere in giro la maggior parte dei film di genere oppure fossero seri nell'intento di dotare il mercenario chiacchierone di un cuore e un'etica morale, per quanto contorta. Probabilmente avranno voluto mostrare il dito medio al successo di Logan - The Wolverine (sono una persona malvagia, rido ancora adesso per quel carillon!!) ma quasi sicuramente non lo sapremo mai, così come non sapremo mai perché un nome "importante" come quello di Essex sia stato sprecato così proprio in un film che contempla la presenza di Cable. Ma questi sono sproloqui da nerd e per farmi perdonare vi rimando al nutrito e spoileroso infoporn finale. Voto dieci invece a Zazie Beets, una Domino molto meno misteriosa di quella dei fumetti ma comunque simpatica e sexy, protagonista di alcune delle sequenze più spettacolari grazie proprio al suo potere della "fortuna", mentre stavolta la contrapposizione Colosso/Deadpool mi ha divertita meno del film precedente (anzi, diciamo che a un certo punto quel terrificante accento russo m'è venuto persino a noia) e anche Testata Mutante Negasonica non ha brillato di luce propria quanto avrei sperato, non dopo aver visto quello di cui è capace Brianna Hildebrand. Le spalle comiche per fortuna sono favolose come sempre: ai già collaudati Weasel, Dopinder e Blind Al si aggiungono i vari membri di X-Force, tra i quali ovviamente spicca l'adorabile Peter, anche perché gli altri... vabbé, lasciamo perdere e godetevi uno dei gruppi più amati della carta stampata, benché in una versione particolare. E godetevi (perpietàdiDeadpoolnonfateico**ioni!) le scene mid-credits perché stavolta valgono da sole, letteralmente, tutto il film. Anche se mi chiedo... come faranno ora a girare Deadpool 3? Oh beh, come direbbe Ryan Reynolds, "tanto basta scrivere due min**iate sulla sceneggiatura, chi sta a guardarla?". Io, neanche a dirlo, aspetto comunque trepidante il terzo capitolo, magari ballando su un tamarrissimo pezzo di musica dubstep!!


Del regista David Leitch ho già parlato QUI. Ryan Reynolds (Wade Wilson/Deadpool, anche sceneggiatore della pellicola e motion capture per il Fenomeno, oltre che voce originale), Josh Brolin (Nathan Summers/Cable), Morena Baccarin (Vanessa), Brianna Hildebrand (Testata Mutante Negasonica), Brad Pitt (Svanitore), Bill Skarsgård (Zeitgeist), Matt Damon (Redneck numero 2), T.J. Miller (Weasel), Terry Crews (Bedlam), Alan Tudyk (Redneck numero 2), Eddie Marsan (Direttore), Nicholas Hoult (Bestia, non accreditato), James McAvoy (Charles Xavier, non accreditato), Evan Peters (Quicksilver, non accreditato), Tye Sheridan (Ciclope, non accreditato) e Hugh Jackman (Wolverine, in filmati d'archivio modificati in post produzione) li trovate invece ai rispettivi link.

Karan Soni interpreta Dopinder. Americano, ha partecipato a film come Safety not Guaranteed, Piccoli brividi, Deadpool, Ghostbusters e Creep 2. Ha 29 anni e un film in uscita.


Come tutti i sequel che si rispettino anche Deadpool 2 ha avuto una storia travagliata. Tim Miller, regista del primo capitolo, si è chiamato fuori dal progetto per divergenze creative con Ryan Reynolds e si è portato dietro Gina Carano e Junkie XL, compositore della colonna sonora di Deadpool. Brad Pitt, che "compare" come Svanitore, aveva partecipato all'audizione per il ruolo di Cable ma aveva dovuto rinunciare per l'impossibilità di far combaciare i vari impegni; altri candidati per il ruolo erano Russell Crowe, "benedetto" nientemeno che da Rob Liefeld, e Michael Shannon, che si è tirato indietro per impegni pregressi. Zazie Beets, che interpreta Domino e che ha strappato la parte ad attrici come MacKenzie Davis e Sofia Boutella, dovrebbe tornare nell'annunciato X-Force assieme a Ryan Reynolds e Josh Brolin. Nell'attesa che esca, chissà quando, se Deadpool 2 vi fosse piaciuto recuperate Deadpool e magari X-Men - Origins: Wolverine, Wolverine - L'immortale e Logan - The Wolverine visto che sono ampiamente citati! ENJOY!


E ritorna, per la gioia di tutti i bambini...
L'angolo del Nerd (o del gnégnégné, fate voi) rigorosamente scritto a memoria e senza l'aiuto di Wikipedia
HIC SUNT SPOILER!:

Cable: uno dei personaggi creati negli anni '90 dal nemico giurato dell'anatomia, Rob Liefeld, introdotto inizialmente come "terrorista" traviatore della generazione giovane degli X-Men, i Nuovi mutanti, da lui trasformati nella formazione paramilitare X-Force nonché paladino del "sacchettismo" preso in giro anche nel film. Col tempo si è scoperto che il vecchiaccio veniva dal futuro e che era nientemeno che il figlio di Ciclope e di un clone di Jean Grey, spedito nel futuro per salvarlo dal cosiddetto "virus tecnorganico", ovvero quella rumenta che lo ha reso un mezzo cyborg. In realtà Cable, il cui vero nome è Nathan Christopher Summers, ha enormi poteri telepatici e telecinetici e virtualmente sarebbe il mutante più potente della terra, se non fosse per quel virus. La sua nascita è stata infatti pianificata da Sinistro, il cui cognome è Essex (vi dice nulla? Leggete QUI...) ma ci si è messo di mezzo Apocalisse a rovinargli i piani. Non sto a tediarvi con ulteriori ragguagli, vi dico solo che in tempi recenti (dieci anni fa?) Cable ha salvato, adottato e cresciuto tale Hope (nominata nel film), salvatrice di mutanti imbevuta del potere di Fenice nonché ultima speranza dell'umanità "casualmente" identica a Jean Grey. Due co**oni, via. E mi chiedete perché ho abbandonato i fumetti degli X-Men?

Russell Collins: Alto e biondo, insomma col casting di D2 non ci azzecca una cippa, Russell "Rusty" Collins ha fatto parte della prima formazione di X-Force prima di venire rapito da Stryfe (clone di Cable proveniente anch'egli dal futuro) che gli ha fatto il lavaggio del cervello rendendolo malvagio. I poteri sono quelli mostrati nel film, gli manca solo la compagna di sempre accanto, Sally "Skids" Blevins. Ah, ora credo che nei fumetti sia morto.

Domino: Albina con un occhio nero, Neena "Domino" Thurman faceva parte del Six Pack, la prima squadra di mercenari in cui ha militato Cable, poi è stata rapita dalla mutaforma Vanessa (all'epoca malvagia, come Deadpool) che si è sostituita a lei per un po' di tempo, anche nelle fila di X-Force. Tornata nei ranghi, s'è tirata un paio di storie con Cable e, più recentemente, con Wolverine (alla coppia è dedicato il bellissimo Wolverine: Sex and Violence) e persino con Colosso. Il potere che ha è quello della fortuna ma diciamo che nei fumetti non è così smaccato come nel film!

Shatterstar: Come viene detto nel film, Shatterstar è un alieno proveniente dal Mojoverso, pianeta "televisivo" governato dal berlusconiano Mojo, dove le persone vengono gettate nelle arene e uccise per il piacere del pubblico. Shatterstar ha fatto parte per anni della seconda squadra di X-Force, distinguendosi come uno dei membri più sanguinari, mentre recentemente aveva cominciato a militare in X-Factor, dove ha finalmente palesato di essere gay e di provare sentimenti per il compagno di squadra Rictor. Per anni si è favoleggiato che Shatterstar fosse il figlio dei mutanti Longshot e Dazzler ma se non rammento male alla fine si è scoperto che Longshot era nato in provetta da materiale genetico di Shatterstar, il che ne fa... il nonno di sé stesso? Gesù... Ah, come poteri abbiamo agilità sovrumana e la capacità di emettere scariche bioelettriche attraverso le spade.

Black Tom Cassidy: Fratello di Banshee (per chi segue solo i film, ne avete visto una versione giovane QUA), amico di vecchissima e lunghissima data del Fenomeno, Black Tom Cassidy è irlandese ed è sempre stato un nemico degli X-Men. Più che essere un gangsta figo è un signore di mezza età vestito come un peerla, zoppo e costantemente appoggiato a un shillelag. Per quel che riguarda i poteri se non mi sbaglio riusciva a emettere scariche di energia attraverso il legno e a manipolare le piante.

Svanitore, Bedlam, Zeitgeist e Yukio: personaggi che ricordo pochissimo o affatto. Bedlam e Zeitgeist hanno fatto parte di un paio di formazioni di X-Force quando non ne leggevo le storie e sono credo durati il tempo di un arco narrativo, massimo due, il tempo di cambiare gli scrittori; lo Svanitore è un nemico dei vari X-Gruppi ma non è un uomo invisibile, bensì si teletrasporta, di fatto scomparendo. Yukio è invece un mix tra l'assassina già comparsa in Wolverine - L'immortale e la giovane mutante di nome Surge, dalla quale riprende i poteri energetici.

Fenomeno: ne ho parlato QUI


domenica 20 maggio 2018

Revenge (2017)

Quando Lucia consiglia un film è mooolto difficile che non incontri i miei gusti. Infatti Revenge, scritto e sceneggiato nel 2017 dalla regista Coralie Fargeat, è una bella bombetta.


Trama: Jen, amante di un uomo d'affari, viene violentata da uno dei compari di caccia di lui e, a seguito di un'escalation di violenza, viene lasciata in mezzo al deserto, presumibilmente morta. Ma Jen è viva e cercherà vendetta...


Il film della Fargeat, come da titolo, è un esempio del cosiddetto filone rape and revenge, genere di base piuttosto semplice: c'è una donna che viene violentata, spesso data per morta, e c'è la vendetta di lei contro i suoi aguzzini. Mi piacerebbe vederne un giorno una versione maschile (magari esiste già e non lo so! Help, anyone?), credo sarebbe un esperimento interessante, ma per ora l'unica variazione sul tema è l'approccio delle poche registe donne che si sono avvicinate all'argomento. Di fatto, solitamente il rape & revenge è pura exploitation, una scusa per mostrare femmine toste seminude che ricevono e danno violenza, ma se il punto di vista diventa quello femminile la cosa non è così semplice. Revenge non veicola chissà quali riflessioni né contribuirà mai alla presa di coscienza tanto cara a movimenti come il #meetoo: schiaffo alla suspension of disbelief e assolutamente 100% medically inaccurate, Revenge è pura goduria splatter dall'inizio alla fine (d'altronde la regista è francese e di gore i nostri cuginetti d'oltralpe ne sanno a pacchi!) però l'occhio dell'Autrice c'è e si palesa chiaramente fin dall'inizio grazie ad alcune scelte registiche particolarmente azzeccate che sottolineano ancor più l'inevitabile ribaltamento dei ruoli preda/predatore. E' interessante, infatti, vedere come all'inizio la protagonista sia l'incarnazione stessa dei sogni proibiti di un uomo e come la cinepresa indugi su ogni particolare in grado di renderla tale: i capelli biondi, le forme perfette, gli abitini striminziti, il chupachups in bocca, i colori sgargianti rendono Jen una tentazione ambulante, il perfetto trofeo di un uomo sicuro di sé e abituato a non chiedere mai. In sottofondo, gli amici leppegosi di lui inghiottono bava e rosicano d'invidia, soprattutto quando lei, dopo una serata alcoolica, si mette "un po' troppo in mostra" lanciando "chiari segnali" di voler venire scopata (d'altronde è bionda, quindi scema, quindi zoccola, quindi insomma se l'è andata a cercare) e quando al mattino la poveraccia OSA rifiutare le avances di uno dei due, quest'ultimo la violenta senza tanti problemi perché mica una può lanciare il sasso e poi ritirare la mano? Eh no, signora mia, non si fa. E così, messo alle strette, anche il bel principe azzurro teneramente diviso tra la moglie impegnata ad organizzare comunioni e la giovane amante diventa un mostro d'inaudita spietatezza, che prima cerca di comprare il silenzio di Jen (invece di cambiare i connotati ai due amichetti del cuore) poi decide di ucciderla senza pensarci tanto su.


Dal momento in cui Jen "muore", il registro del film cambia. Via i colori fluo, le musiche accattivanti, il richiamo costante al sesso e alla vita agiata: il sembiante di Jen si trasforma, letteralmente, e l'attrice Matilda Lutz, tra l'altro perfetta per il ruolo, passa da bambolotta sexy a guerriera inzaccherata di sangue e fango, tanto che persino i capelli diventano scuri, mentre intorno a lei ci sono solo deserto e polvere. La cinepresa della Fargeat, quasi pornografica nel suo costante indugiare sulle chiappe tornite della Lutz, comincia a spiare con più insistenza i tre baldi "cacciatori" smascherando la loro vera natura di uomini piccoli, disgustosi, tutti parole e niente sostanza: ogni ferita che rimedieranno i tre stronzi (per la gioia dello spettatore, ve lo garantisco) sarà un pezzo della loro maschera che cade, spogliandoli di soldi e sicurezza per mostrare la carne e il sangue di creature mortali e squallide (pure un po' cretine, talvolta), spinte solo dagli istinti più bassi. Sul finale, non è più la bionda Jen ad essere "oggettificata" come se non avesse un anima, bensì l'amante, esposto all'occhio dello spettatore nudo come un verme e incredibilmente vulnerabile; è vero, il buon Roland di Gilead diceva che un guerriero nudo merita rispetto ma, anche lì, gli uomini impietosamente ritratti dalla Fargeat dimostrano di essere solo dei fanfaroni tutti chiacchiere, scioccamente convinti di poter uccidere l'avversario a parole e strilli prima di mettere mano al fucile. E mentre sullo schermo della sala passano pubblicità fuffa americane atte a magnificare quei prodotti che consentono di avere un corpo perfetto, nell'elegante casa in affitto di Revenge si consuma la distruzione di quella stessa perfezione, con i personaggi che si rendono dolorosamente conto di come conti più tenersi a posto le viscere e il sangue rispetto all'avere muscoli torniti e addome piatto. Insomma, se piace il genere Revenge è davvero un gioiellino e io alla Fargeat auguro tutta la fortuna necessaria a imporsi sulla scena horror in particolare e cinematografica in generale, perché lo merita davvero.

Coralie Fargeat è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Francese, è al suo primo lungometraggio. Anche attrice, ha 42 anni.


Matilda Anna Ingrid Lutz interpreta Jen. Nata a Milano, ha partecipato a film come L'estate addosso e The Ring 3. Ha 26 anni.


Se Revenge vi fosse piaciuto recuperate M.F.A. ENJOY!

venerdì 18 maggio 2018

The Midnight Man (2016)

Dopo averlo distribuito al cinema, la Midnight Factory porta anche sul mercato dell'home video The Midnight Man, film diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Travis Zariwny.


Trama: due ragazzi scoprono in una soffitta un gioco attraverso il quale viene invocato il Midnight Man. Il gioco prevede una serie di regole da rispettare, pena la morte per mano della cupa entità...



Sulla copertina del DVD del film campeggia la dicitura Robert Englund's The Midnight Man. Lì per lì pensavo che il vecchio Robert avesse scritto, diretto o perlomeno prodotto la pellicola, invece, come purtroppo sempre più spesso accade, si è limitato a metterci la faccia per qualche minuto e a promuovere l'opera con un entusiasmo francamente eccessivo. Mi spiace spendere parole di biasimo per un attore a cui voglio bene ma, davvero, ultimamente il suo nome sta diventando sinonimo di sòla quasi assicurata: di fatto, se deciderete di guardare The Midnight Man solo per la sua presenza fareste prima a procurarvi altri film in quanto Englund qui fa la parte del Dottor Ignazio Spiegonis, la cui presenza si amalgama all'interno della storia come la paprika in una torta Sacher e raggiunge una conclusione a dir poco indegna (SPOILER: Lin Shaye e Robert Englund sono le due star della pellicola. Nella mente dei realizzatori un amante dell'horror dovrebbe bagnarsi, letteralmente, assistendo a uno scontro fisico tra i due. Nulla da eccepire, per quanto se voglio uno scontro tra mostri mi guardo Gamera vs Godzilla... ma davvero c'era bisogno che Englund si lasciasse scassare la faccia da una vecchia fino a farsi uccidere???). Ma, parliamoci chiaro, il pessimo utilizzo di un'icona horror non è proprio l'unico o il più grande difetto di The Midnight Man, l'ennesimo film sui boogeymen fatto con lo stampino e prevedibile dall'inizio alla fine, né bello né brutto ma solo terribilmente banale. Io credo che ormai quando uno sceneggiatore sceglie di cimentarsi in questo genere di pellicola lo faccia tenendo presente uno schema che si passano l'uno con l'altro, a mo' di documento segreto: non si spiega altrimenti perché mai TUTTI i film recenti aventi per protagonista uno spettro malvagio mostrino un'ora e dieci di decisioni scellerate dei protagonisti, "stuzzicati" da ombre che si muovono a bordo schermo, per poi concludersi con venti rapidi minuti in cui succede la qualunque, come se il mostro si fosse stufato di metter paura alle sue vittime e avesse deciso di ucciderle tutte per punire la loro fondamentale demenza.


E questo film, signori miei, è un po' la fiera del demente, eh. O, meglio, è la fiera dell'incertezza. Abbiamo infatti un gioco portato avanti da tre fanciulli (al quale una di loro, per inciso, non potrebbe nemmeno partecipare poiché non ha seguito alla lettera tutte le regole di "ingaggio") e lasciato in eredità dalla nonna della protagonista, all'interno del quale il Midnight Man del titolo dovrebbe uccidere chi non segue le regole alla lettera; in realtà, l'Uomo di Mezzanotte non ha ben chiaro in mente cosa fare perché nei flashback passati lo si vede ammazzare bambini senza troppe menate, mentre nel presente PRIMA tortura le vittime mettendole di fronte alle loro peggiori paure, POI li uccide, ma con calma. Della serie, se ne ho voglia bene, altrimenti vedete voi. In tutto questo, non c'è NESSUNO tra i compaesani dei protagonisti che abbia avuto l'idea di impedire l'accesso a una villa dove dovrebbero essere morti una decina di bambini e altre persone, perché la panzana che è stata propinata a laggente nel corso del tempo per giustificare tutti i delitti pare fosse "Eh, è una famiglia distrutta per colpa del DOLORE". Ah. Capisco il personaggio di Lin Shaye, i cui altarini vengono rivelati poco a poco, ma capire perché SPOILER il Dr. Harding abbia deciso di non emigrare in Antartide dopo aver subito il trauma infantile peggiore della sua vita FINE SPOILER me fallit, sono sincera. A fronte di una storia banale, una regia non particolarmente esaltante, effetti speciali nella norma e attori dimenticabili si salvano solo le belle scenografie, con un manichino più inquietante dello stesso Midnight Man e una parete di orologi molto artistica, oltre al cosiddetto  "momento coniglio", unico guizzo visionario e leggermente weird dell'ennesimo horror usa e getta destinato ad affogare nel mare delle infinite produzioni di genere che arrivano periodicamente dagli USA. Con buona pace, neanche a dirlo, dei fan di Englund e della Shaye.


Di Lin Shaye, che interpreta Anna Luster, e Robert Englund, ovvero il Dr. Harding, ho già parlato ai rispettivi link.

Travis Zariwny è il regista e co-sceneggiatore del film. Probabilmente americano, conosciuto principalmente come production designer, ha diretto film come il remake di Cabin Fever ed è anche attore e produttore.


L'edizione Midnight Factory conta come extra il libretto curato dalla redazione di Nocturno Cinema e il backstage del film. Detto questo, se The Midnight Man vi fosse piaciuto forse saranno di vostro gradimento anche Slumber - Il demone del sonno e The Bye Bye Man, sempre editi dalla Midnight Factory. ENJOY!


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